Storia di un ubriaco
(..una sera qualsiasi al J.T.pub…)

Fondamentalmente; talmente ebbro da svanire; imploso, in una folla che si spinge l’una verso l’altra, per non rovinare dentro al buco della voragine, … che la circonda…A tal punto, il mio sguardo svenuto, cerca sfogo nel bicchiere di un altro, perché il mio ha ormai ceduto tutto il suo contenuto, e non potendo al momento esser scaltro, si ferma aspettando, non altro, che il modo di toglierlo allo sprovveduto accanto; nascondendo il suo interesse; occultandolo ai pensieri; con parole o giochi seri, sul mio stare seduto lì, all’angolo. Incredibilmente a stento, il messaggio è lento nei miei calzoni, ma in qualche modo, mi spinge al bagno; deambulando in quel piccolo antro, ove sorreggermi -attento- , riesco inoltre a scrollarlo, e ad uscirne ridendo. Ma, ahimè, la birra è finita…la mia lentezza emotiva mi porta ora, a cercare il modo di procacciarne un’altra, ascoltando il tintinnio delle monete nelle tasche accanto, spicciolando ad un possibile resto, per poi in realtà scomparire nel fittizio; e, dopo presa, non lasciarne un sorso… Così si trascina tracimando, più di quel che si sente addosso, più dell’inciampo, in cui costretto, mollo parte del corpo………. per quanto mi costa già abbastanza, il sorreggerlo. Il cervello, -liquidato-, gronda annegando se stesso, si muove ondeggiando, e abbocca nell’alcool qualche forzato respiro, qualche abbraccio schivo, che infine prego perchè mi sia sostegno. È il caos che sento e nel quale sono imbevuto, si muove navigando lento, si muove di un senso sbattuto… poiché, in allucinazione disciolto, grido per ritornare in me o per rendermene solamente conto… … Ed ecco che l’appoggio si ha, prima con un angolo, in parte del tutto definito dal suo ricordo, in parte così lontano da me stesso, da impressionarmi del “fisico” che indossa……..  Poi, c’è chi assicura la mia sicurezza, chi fa di un sacco il mio corpo, da distendere o disperdere fuori, lontano dai vapori o da ciò di cui son divenuto parte… dopo un’ebbra serata, dopo una giornata, che ha, da finire il suo corso… …E lì, non rimane che percorrere me, non rimane che insegnare a me, qual è il limite che mi attanaglia, la zona d’ombra che mi fomenta, nella sordida avanguardia, di zone sospese in eterno… Infine, sboccando, più di quel che ho bevuto, vago macchiando la strada, come il mio giaciglio, come se non dovessi ogni giorno elemosinarne uno. Metto allora un passo, incerto dello stesso, a volte anche inciampando, incrociando come se non avesse nesso: - che quella gamba insegue una scia è certo! Ma che non abbia adesso alcuna energia lo è altrettanto-… Spero solo di tener saldo il gradino; di riflettere flettendo quei pochi arti inferiori; del mio travaglio invaghito; quel mio scorretto stato di ubriaco… (ulteriori informazioni…) “Stanotte un cartone andrà meglio; l’angolo, vicino a quello che ho segnato ieri, con ciò che il corpo ha rilasciato dalla birra. Credo che sia un posto come un altro, da subaffittare ad un altro diavolo di passaggio, o da usare all’occorrenza”… “arrivato, non ho lasciato scuse all’evidenza, che era già occupato, ed essendo stato spodestato, non aveva alcuna ragione la mia lotta…ma finendo accasciato ho spremuto me stesso, finendo per sognare”: (il sogno di un povero ubriaco) Qualcosa gocciola nel semi pavimento aperto da una insicura zona illuminata; lì, proprio in quel punto cade rovinando non so quale liquido. Io, il mio corpo, siamo rilegati ad un angolo, della stanza, costretti a questa scena, come al suo significato inafferrabile. Sicuramente sfumato dall’atmosfera annebbiata, vivo ora, legato agli arti, imprigionato in una impassibile indolenza, una summa delle mie abitudini… Così la scena continua sino a cambiare forma, mutando la pozza in una infiltrazione che ne alza il livello, i centimetri, sino ad arrivare ai miei lembi, per mostrarsi non altro che Birra. Quindi, penso di non volere altro che si alzi, che mi arrivi in bocca per poter almeno provarla, trasformando il gusto, oramai del tutto espanso in gola, in qualcosa che incontra o si avvicina ad un piacere… Infine, meditando, faccio un altro discorso…: all’occorrenza ne abbasso la quantità bevendo, ma, di gran lunga ruttando, confondo l’aria di respiro alcolico, e in fondo, avrà la sua “ragione” pisciando, ciò che dovrò infine per gusto o per forza ingoiare. Al bruciare della lingua su un caffé propinato mi sveglio, senza provarne il sapore, senza nemmeno averne il senso di annegare, non madido di sudore, neanche preso da un qualsiasi torpore per quella che può essere una prova, da superare. Quindi, dritto e in piedi, mi avvicino ai bagni, usati da tempo, per riempire quello, sporco, di una natura che poco fa scendeva da un treno, e infine, ne esco, controllando, per non mutarne il volto e la fisionomia. (Dopo due ore al pub) Non so cosa è storto, ma tutto sembra obliquo, persino il pavimento, ormai impietrito, cambia ora il suo appoggio, con un pensiero divertito, su di me, che sono altro… Poi, svengo, o perdo per pochi minuti i sensi; mi risveglio nei tormenti di chi è nato da pochi secondi, per ritrovarmi disteso sul banco. (..la conseguenza..) Uscendo non faccio caso a cosa sbatto, al portone già rotto, a ciò che è ancora aperto; poi mi tocco, come verso scaramantico… Non ricordo più la strada ma il suo solo marciapiede…mi pare di vedere i resti delle ore mancate, volti nel loro continuo agire, le chiare trame della materialità, che dovrei riconoscere, perché simili alle mie. Invece, nessuna forma me ne ricorda il nome…Devo rientrare… (..la conseguenza della conseguenza..) …Vorrei tanto ammazzare quel sapore di caffé che il mio stomaco è sembrato gustare, con un bicchierino alcolico che mi incendi la gola, e la disarmi del tutto, di quella ingenua parola che porta.  Dopo un solo movimento, il gomito fermo mentre si solleva il braccio, ho finito tutto, e sono stato fermo, cercando di ripetere l’atto, sino a strizzarmi in bocca, ogni suo contenuto. Poi, scemando esco, lasciando muto il banco, che s’aspettava un mio ritorno, o forse l’attracco… Giro l’angolo, sospeso; passeggio corsivo; privo di quel significato, che ti viene in mente mentre elimini l’uso dello stampatello, dal segno che lascia il tuo corpo nell’etere, privo a sua volta, di ogni forma che ti assomiglia… Così ritorno a definire il passo, doppiato da se stesso, come già avanti da tempo, nel percorrere, la stessa strada. Così, la mia giornata si equipara allo “ieri”, a ciò che limitano i pensieri al già vissuto, o al fine di ciò che è… Ma, io…rinciampo sul gusto, sul ritornare al pub che fa angolo, sul bere   sempre al momento giusto, a costo di scroccarlo…io, non altro che io, nella goccia che ingoio, nella schiuma che non lascia del tutto, i bordi del mio vetro…… -Bevuto-; il mio cervello annebbia l’occhio, e, sebbene seduto, perde i contorni del mondo, dimenticandone il senso. Ancora, flettendo il corpo, ne ordino un altro, non avendo finito il resto. Ancora, sebbene ci sia tempo, finisco tutto con un gesto secco, lasciando il posto, alla nuova ordinazione sul banco, ad un bicchiere ricolmo di malto e luppolo, per cui io vivo, alcolico… Sogni di un ubriaco Vita e pensieri di un assiduo frequentatore del Joshua Tree Ho riposto sul tavolino logoro dei sensi della birra i momenti allucinanti del percorso verso l’ubriacatura giornaliera; aspetto qualcosa di nuovo, magari qualche parola simile alla mia, un attimo perduto tra frasi rubate ai tavoli accanto, e uno sbuffo alcolico per decifrarne i contenuti, nella solubile sostanza in cui si perdono i pensieri, annegati come un me in un recipiente senza acqua. Me lo giro o lo scrocco il fumo che è nell’aria tersa del pub all’angolo, aleggia senza andarsene nello sputo delle sue dimensioni gravi; ed è per questo che ci entro e non vi esco se non nel dimenticando, ove il sangue è ormai mutato in alcool e tutto è svampito e bianco, come il mio viso stanco… Ma non perdo tutto, la memoria ricalca quelle situazioni di già accaduto, su cui gli uomini come me devono rassegnarsi, in esse, tutto anche l’assoluto ha i suoi drammi, e vive come me indifferente sbattuto nei propri lamenti, perché quel che affiora nei ricordi si sperde in se stesso o viene visto così, sciolto e soluto attraverso il vetro del bicchiere… Brivido freddo; ho avuto più coraggio nell’ingoiare un rospo alla vita; ma nel corso dell’inverno, la birra scende gelida, nell’aria rarefatta dei miei polmoni. Inginocchiato sull’ebbrezza o apparentemente scivolato su essa, mi trovo come al solito solo, gomiti sul tavolo, a riordinarmi le idee che passano zelanti ad annacquarmi mente e corpo, come sotto ad una doccia che non ho mai fatto… Cosa si prova nell’essere annegato assaporando il liquido che ti sommerge, berlo, e infine respirarlo?… Avere la gola sempre secca, veder succhiar da essa, la linfa che risveglia il seme, che lo nutre… Sono il margine del mondo in cui vivo; sono goccia condensata all’interno di un bicchiere di vetro, destinata ad inciamparvi dentro, e a vivere del suo succo. Chiudo la patta…insoddisfatto per quel “goccio” espulso dalle reni. Insulto!…per tutto quello spreco; lo faccio sfottendo, completamente biasimando il resto nello scrollo; infine me ne lavo le mani di quello, non le asciugo, anzi mi ci sciacquo il viso, lasciando che da questo grondi il pensiero di tornare al mio posto, davanti alla pinta che spesso mi offro… Storia di un ubriaco Il tempo si ferma tra i disegni, sulla superficie della Birra nel bicchiere. I pensieri tendono a sparire e sono quasi sbronzo……ma, all’imbrunire, non lascio sfogo o senso, che quel liquido ambrato non possa smascherare; da solo, non posso non altro pensare, a quell’ amore per la bottiglia, ma purtroppo anche a quella tregua maligna, che lascia ora la bocca asciutta, senza altro mostrare. -Ricomincio… Un’ombra taglia la stanza cercando uno strano diversivo; mentre suona, come a richiamare al rancio, la campana che definisce al passaggio del prezzo, ad uno più alto; e tutto finisce con io che do un altro sorso… Un pensiero, nient’altro, che un attimo sfuggito, rapito dal contesto, di me che bevendo, agito il bicchiere prima del gozzo, sollevando il collo sino a ribaltar me stesso. Così, finisco osservando, colui che seduto accanto, non sta fermo pensando, ride ridendo, e, ogni tanto, parla esclamando, non emettendo alcun verso, perché respira sostenendo ogni attimo, dalla vita propria… Così, finisce la mia persona per essere asettica, pensando modesta, alla vita di un altro… Così, si spoglia di certezza, perché assumerne la forma, non maschera la propria differenza, anzi, la esalta… Così, non ha pienezza, che in un bicchiere colmo, di Birra fredda, nell’aspettare che confonda, parte dell’altrui chiacchierato, o la giornata, che passa in rassegna, su un occhio che guarda. Distratto non riesco ancora ad essere me stesso, non sono ancora del tutto “coperto”, e mi dilungo farfugliando, in un sottile monologo dal fine incerto, dall’insicura interpretazione…Nondimeno, qualche volta sveglio parte del mio cervello, per un possibile tentativo, per un viaggio in corsivo sul mondo, con un unico e probabile senso: l’ascolto. Quindi muto, ad un pensiero espresso, qualcosa che ho detto male, un discorso a me naturale, che lascia attonito l’altro, vivendo il dramma del non detto, lasciando il solo respirando… …Mi rimane soltanto, il pensiero e l’attimo, perduto tra l’ingresso e il bagno, che vive nel mio occhio descrivendo, e prova nel mio orecchio ascoltando... …E in una delle tante volte, smuove sino a confondere, le vaghe speranze della mia vita, nel pensiero che effettivamente possieda una forma, quando poi sorride e parla, rimanendo al mio stesso occhio amorfa, sino a quando una frase rischia di mutarla. La mia mente la ascolta, e risponde la lingua, mentre parte di quella sostanza racconta, quanto l’altro conceda a sua volta, seduto in prossimità della mia ombra